La Corte dei conti europea solleva dubbi sulla proposta della Commissione europea di istituire un Fondo temporaneo per la decarbonizzazione, destinato a sostenere i settori industriali più esposti al rischio di delocalizzazione delle emissioni. In un parere pubblicato oggi, i revisori europei mettono in discussione sia l’efficacia dello strumento sia la solidità della sua architettura finanziaria.

Il Fondo, presentato a dicembre 2025, dovrebbe sostenere comparti ad alta intensità di carbonio — in particolare siderurgia, alluminio e fertilizzanti — nella fase di transizione, in attesa di una soluzione strutturale al fenomeno del carbon leakage.

La proposta si inserisce nel quadro del prossimo bilancio pluriennale 2028-2034, in cui la Commissione intende trasformare il 75% delle entrate CBAM in una nuova risorsa propria dell’UE, lasciando il restante 25% agli Stati membri. La decisione è ancora all’esame del Consiglio e dovrà essere ratificata da tutti i Paesi.

Il parere della Corte non blocca il processo legislativo, ma rappresenta un segnale politico rilevante: nella sua forma attuale, il Fondo rischia di non garantire né un impatto significativo sulla decarbonizzazione né una gestione finanziaria pienamente solida.

Incentivi deboli: perché le imprese dovrebbero investire?

Il primo punto è quasi strutturale: secondo la Corte, il Fondo rischia di non cambiare davvero i comportamenti delle imprese. Il motivo è semplice: le condizioni per accedere ai finanziamenti sono molto simili a quelle già previste dal sistema ETS, quindi non introducono nuovi obblighi o incentivi significativi.

In più, i pagamenti sarebbero calcolati sulla base della produzione passata, non su nuovi investimenti. Tradotto: un’azienda riceve sostegno perché ha prodotto in passato, non perché investe oggi per ridurre le emissioni. Per la Corte questo è il problema centrale, perché il Fondo nasce per accelerare la decarbonizzazione ma non premia direttamente chi investe davvero nella transizione.

Deroghe al bilancio UE: rischio precedente

Altro nodo riguarda le deroghe al regolamento finanziario dell’UE. La Commissione ne chiede tre, ma la Corte contesta il fatto che una di queste vada contro principi base del bilancio europeo, come annualità e trasparenza, quando esisterebbero alternative compatibili.

Sulle altre deroghe, il problema è più pratico: non è chiaro come verranno usate. In particolare, per i pagamenti retroattivi alle imprese, la proposta non specifica in che misura saranno applicati. Per i revisori, questo crea incertezza su come verranno spesi i fondi.

Numeri poco solidi

La Corte è molto netta anche sui numeri. La Commissione stima circa 632 milioni di euro di entrate e 265 milioni di spese: un gap che solleva una domanda implicita, cioè se abbia senso chiedere agli Stati membri di versare il 25% delle entrate CBAM.

Ma soprattutto, entrambe le cifre sono considerate poco affidabili. Il problema è che si basano su variabili difficili da prevedere, come il prezzo delle quote ETS e il funzionamento del CBAM, che è uno strumento nuovo e senza dati storici. In sostanza, il Fondo poggia su stime molto incerte.

Tempistiche inefficaci

C’è poi un problema di tempistica che per la Corte è tutt’altro che secondario. Gli Stati membri trasferirebbero le risorse nel 2028 e nel 2029, ma i pagamenti alle imprese partirebbero solo nel 2029.

Questo significa che una parte consistente dei fondi resterebbe ferma per almeno un anno. Non solo: la proposta non chiarisce come verranno gestite queste risorse nel frattempo. Per i revisori, sarebbe più logico un trasferimento unico nel 2029, in linea con l’avvio dei pagamenti.

Unico elemento positivo: meno burocrazia

L’unico punto chiaramente positivo riguarda la gestione amministrativa. Il Fondo utilizza strutture già esistenti, in particolare quelle del sistema ETS, e questo dovrebbe ridurre i costi e gli oneri per le imprese.

Nel complesso, la posizione della Corte è piuttosto chiara: il Fondo, così com’è, rischia di essere uno strumento che redistribuisce risorse senza generare nuovi investimenti significativi nella decarbonizzazione, con in più una struttura finanziaria incerta.

Non è una bocciatura formale, ma è un avvertimento abbastanza diretto alla Commissione: senza modifiche, il rischio è creare un meccanismo costoso, poco mirato e con effetti limitati sugli obiettivi climatici.

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